Leonard Cohen, One Of Us Cannot Be Wrong (1967)

“Canzoni che (mi) mettono i brividi”, volume 5. “Uno di noi non può aver torto”, dice così Leonard Cohen…

L’altro giorno riflettevo sul fatto che per i temi del liceo sceglievo sempre la traccia di analisi del testo, un po’ per piacere un po’ per sfuggire la traccia libera o quella di attualità. A ben pensarci, ho fatto cinque anni di sola analisi del testo. Una scelta cocciuta e un po’ radicale, adesso forse sarei sicuramente più morbida sulla questione. Questo pensiero però mi ha portato a ragionare sulla mia passione per i testi: in fondo adesso quando parlo delle canzoni che mi mettono i brividi faccio un po’ quello che amavo fare al liceo. Leggere un testo, analizzarlo, cercare di entrarci dentro. È sempre bello tornare sui testi, farlo anche a distanza di anni e con maggiore consapevolezza, trovare ulteriori spunti e magari notare dettagli e collegamenti che prima non avevi colto. In più, per quanto riguarda le canzoni, c’è anche di mezzo la musica, il ritmo, la melodia, e allora il gioco si fa più complesso, affascinante, insomma decisamente meglio delle analisi del testo del liceo…

Ma veniamo al dunque, questa volta a darmi i brividi è il signor Cohen. “One of Us Cannot Be Wrong” è il brano chiamato in causa, una canzone dal testo così enigmatico che è difficile venirne a capo. Allora, andiamo a braccio, vi dirò quello che suggerisce a me. Tutte le volte che ho ascoltato le parole di questa canzone, ho avuto un’immagine ricorrente che mi passava per la testa: quella di un quadro pre-raffaellita in cui una belle dame sans merci sorride beffarda dall’alto della sua inavvicinabile bellezza. Sto delirando? Forse sì, ma prendete questo scenario e trasferitelo, attualizzandolo di qualche centinaio d’anni, in una delle stanze del Chelsea Hotel. Questa ‘belle dame’ potrebbe essere Edie Sedgwick, per esempio.

edie-belle-dame

Leonard Cohen soggiornava proprio lì in quegli anni…

“Edie Sedgwick was living a few doors down. Through her door came all the most attractive men and women of the period, I was not among them, but I longed to be among them. There was, on the corner of 7th Avenue and 24th Street, there was a Mexican magic store, with potions, candles and powders, which could be used to draw influences into your life — to secure love affairs, or to guarantee successes. My situation was such at the time that I believed in them, so I bought a couple of candles, and a book about candles — I just read that, and the I Ching, though I couldn’t follow anything from one paragraph to another. At a certain point, through some graceful accident, I was invited into Edie Sedgwick’s room. It was filled with very beautiful young people. It was dark, and illuminated by candles, 30 to 40 candles, burning everywhere, on plates, on the stove…I had no credentials at the time, there was nothing I could say. I walked into the room of her glittering crew, and I said, ‘this display of candles is extremely dangerous.’
So, I presented myself as…an Expert in The Candle. And this did not go over well. So I left at an appropriate time. The next day, her apartment burned down, and my prestige soared.”

E il Cohen ‘esperto di candele’ apre la sua canzone proprio dicendo di voler accendere una candela verde nella speranza di far ingelosire questa donna. Una bella dama senza pietà per la cui bellezza lo sciagurato protagonista della canzone (Cohen stesso) perde la testa. Proprio come nelle antiche ballate, anche qui le personificazioni e le metafore si sprecano. E così ci sono, nell’ordine: il dottore, il santo e l’eschimese, tutti uomini “distrutti” dall’amore per questa femme fatale. E poi una sfilza di oggetti e immagini simboliche.

In una recensione non troppo lusinghiera di Arthur Schmid apparsa su un Rolling Stones del 1968, “One of Us Cannot Be Wrong” viene pubblicamente sbeffeggiata. Secondo Schmid, Cohen si atteggia soltanto a fare il poeta. E non gli riesce nemmeno bene. È chiaro che non tutti la pensiamo alla stessa maniera. Uno di noi, però, non può aver torto.

Eppure io ci vedo tutto così chiaro lì dentro: il desiderio, l’incomunicabilità, la frustrazione. E anche la musica, essenziale e impassibile, che riflette tutto questo travaglio, con un valzer lento e con il suo cantore che, sfinito, getta infine la maschera e si abbandona a fischiettii e mugugni da ubriaco. Che la sua bella dama, la cui freddezza è in grado di travolgere perfino un eschimese, imperturbabile e spietata, non stia però vivendo a suo modo anch’essa un personale travaglio? In fondo è solo questione di punti di vista, come suggerisce anche il titolo della canzone. Allora mi viene subito in mente la protagonista di Stephanie Says dei Velvet Underground, quella che “tutti chiamano Alaska”. Che non sia proprio lei la bella dama cantata da Cohen?

“But you stand there so nice in your blizzard of ice / Oh please let me come into the storm”