Giorgio Gaber, Le nostre serate (1963)

Canzoni che (mi) mettono i brividi, volume 2: Giorgio Gaber che, accompagnandosi con una chitarra, intona “Le nostre serate” all’interno della trasmissione tv “Questo e quello”. Seduti accanto a lui, ad ascoltare in silenzio, ci sono Ugo Gregoretti, la cantante Margot e Luigi Tenco…

“Io penso alle nostre serate stupide e vuote / ti passo a prendere, cosa facciamo? Che film vediamo? / No, l’ho già visto / Tutto previsto.”

Ho sempre trovato questa canzone incredibilmente bella ed emozionante, tanto più nella semplicità di questa interpretazione ‘da divano’. Ogni volta che mi è capitato di ascoltarla il mio pensiero è andato istintivamente a due testi che ho amato molto e che credo parlino più o meno delle stesse cose.

Uno di questi è l’epifania di Gabriel Conroy ne I morti (The Dead), l’ultimo racconto di Gente di Dublino di Joyce. Gabriel che, davanti alla finestra della sua stanza, s’interroga se non fosse stato meglio forse morire da giovani, accesi dal fuoco di qualche passione, piuttosto che continuare a vivere così spegnendosi lentamente di vecchiaia. Un’esistenza abitudinaria e senza prese di posizione quella sua e di sua moglie Gretta che in un attimo viene scombussolata dal ricordo del giovane Michael, morto d’amore per Gretta molti anni prima. Quel “tutto previsto” di cui canta Gaber,  quel lasciarsi vivere e subire l’esistenza che rende i vivi più morti dei morti stessi…

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Pensando a “Le nostre serate” la mia memoria vola poi naturalmente a un altro bellissimo pezzo di letteratura, questa volta in versi: “Una sera come tante” (1965) di Giovanni Giudici. Una poesia da pelle d’oca che racconta in prima persona lo stesso subire il presente del protagonista della canzone di Gaber e solleva gli stessi interrogativi che si poneva a inizio secolo un James Joyce, attraverso la figura di Gabriel Conroy.

Musica e letteratura che incrociano le proprie strade spesso e volentieri, talvolta consapevolmente, molte altre volte in maniera inconsapevole. D’altronde non è un caso se qualche anno più tardi qualcuno, novello Gabriel Conroy, canterà “it’s better to burn out than to fade away”…

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Una sera come tante, e nuovamente 
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
 settimo piano, dopo i soliti urli 
i bambini si sono addormentati, 
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
 un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
 Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
 intatti, in apparenza, come anni
 or sono, anzi più chiari, più concreti:
 scrivere versi cristiani in cui si mostri
 che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
 due ore almeno ogni giorno per me;
 basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
 di sere come questa?) e non tentato da nulla,
 dico dal sonno, dalla voglia di bere,
 o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
 né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
 mi ridomando, vorrei sapere,
 se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
 o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
 la sorte di ogni altro, non volgare 
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
 senza né più virtù né giovinezza.
 Potremmo avere domani una vita più semplice?
 Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
 se private persone senza storia
 siamo, lettori di giornali, spettatori
 televisivi, utenti di servizi: 
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti, 
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
 non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
 È nostalgia di un futuro che mi estenua,
 ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
 Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
 Da quanto in questa viltà ci assicura 
la nostra disciplina senza percosse? 
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura 
che dice: domani, domani… pur sapendo
 che il nostro domani era già ieri da sempre.
 La verità chiedeva assai più semplici tempre. 
Ride il tranquillo despota che lo sa:
 mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
 C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

(Giovanni Giudici)